
I primi presentavano un maggior rischio di decesso e eventi ischemici (HR, 2.80). Per questi pazienti, una DAPT prolungata riduceva il rischio dell’endpoint primario – un insieme composito di decesso, infarto del miocardio o eventi cerebrovascolari (HR, 0.54) – nonché quello di trombosi dello stent certa o probabile (HR, 0.07). In pazienti non affetti da PAD, tuttavia, una DAPT prolungata aumentava il rischio di raggiungere l’endpoint primario (HR, 1.28). Tra i soggetti con PAD, i ricercatori hanno dichiarato che il sanguinamento nelle varianti di tipo 2, 3 o 5 è stato riscontrato in sei individui che avevano ricevuto una doppia terapia antipiastrinica prolungata e in otto che ne hanno ricevuta una breve (HR, 0.77).
Le conclusioni
“La nostra attuale analisi”, ha continuato Valgimigli, “supporta l’idea che i pazienti con aterosclerosi diffusa (cioè coloro con malattia coronarica e periferica) traggano un grande beneficio senza nessun ulteriore rischio di sanguinamento quando trattati con DAPT prolungata. Crediamo che questi siano i pazienti in cui i benefici abbiano più peso dei rischi e a cui si dovrebbe offrire un trattamento prolungato”. Il ricercatore ha detto anche che i nuovi risultati, uniti a quelli delle precedenti sottoanalisi eseguite dal suo gruppo, non indicano che “una DAPT di due anni dovrebbe essere la tendenza dominante dopo l’impianto di uno stent coronarico, ma esistono categorie di pazienti in cui questa strategia di trattamento è vantaggiosa, tra cui chi è affetto anche da PAD, chi viene trattato per restenosi dello stent e chi presenta sindrome coronarica acuta”.
Fonte: JAMA Cardiol 2016
David Douglas
(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)
